Ice Bucket Challenge finanzia la vivisezione

topino

L’idiozia dell’estate 2014 ha un risvolto grammatico e nascosto:

Fonte: Fermare Green Hill

Ice Bucket Challenge finanzia la vivisezione!

In questi giorni sta girando virale in rete.
E’ un fenomeno nato negli Stati Uniti, propagatosi tramite social networks. Si chiama Ice Bucket Challenge. I partecipanti possono scegliere se farsi versare un secchio d’acqua gelata in testa e versare una certa somma in beneficenza ad associazioni che si occupano di SLA, o non sottoporsi alla secchiata ma versare una somma più alta.
Scopo iniziale era sensibilizzare sulla realtà di questa terribile malattia neurodegenerativa. E raccogliere fondi per la ricerca.
Ma pochi si chiedono dove finiscono i soldi raccolti. Quale sia la ricerca effettuata, con quali metodi. Basta andare sul sito dell’associazione statunitense ALS Research (www.als.net) per scoprirlo: la quasi totalità è ricerca su animali. In particolare, su topi geneticamente modificati.
Per sapere quale mondo da incubo si nasconda dietro questo tipo di ricerca, leggi qui:
http://goo.gl/99jGIa

In Italia, ad esempio, a chi vanno i soldi?
Il principale organismo che si occupa di promuovere, finanziare e coordinare la ricerca scientifica sulla SLA è AriSLA, nata nel 2008 per opera di Aisla Onlus, Fondazione Telethon, Fondazione Cariplo e Fondazione Vialli e Mauro per la Ricerca e lo Sport Onlus.
AriSLA ha ad oggi investito in ricerca scientifica 5.655.170 di euro. Tramite bandi pubblici, finanzia ricerca di base, ricerca traslazionale, clinica (in queste tre branche è inclusa anche la ricerca in vivo), tecnologica. E offre servizi ai ricercatori stessi. Tra questi, una Animal Facility, gestita in collaborazione con l’Istituto Mario Negri (dove è situato lo stabulario) e grazie al contributo della Regione Lombardia e della ASL di Milano. Qui vengono “creati” ed allevati topi transgenici modello di SLA, e praticate tutte quelle operazioni utili ai ricercatori, dalla genotipizzazione al controllo del deficit neuromotorio (visto che i topi fatti nascere malati di SLA soffrono di sintomi uguali ai veri malati di SLA: sono quindi destinati a paralisi progressiva), trattamenti chirurgici, impianti di minipompe (una presentazione del centro e dei servizi è scaricabile a questo link: http://goo.gl/p37Vob).

La SLA è una malattia terribile, ad oggi incurabile, che colpisce ogni anno solo in Italia circa 1000 persone.
E’ giusto e dovuto quindi che la ricerca vada finanziata (magari in maniera seria e continuativa, e non con gavettoni estivi tra vip, magari dando spazio e fondi anche a chi fa ricerca alternativa, come la dottoressa Susanna Penco: http://goo.gl/mXgDbR).
Quel che non accettiamo è l’idea che questa debba necessariamente significare l’uso di animali, privati della propria libertà, fatti nascere per ammalarsi e soffrire, sottoposti ad interventi invasivi, manipolati, avvelenati, uccisi e sezionati. Usati, perché considerati inferiori.
Siano essi i topi rinchiusi nell’Animal Facility di AriSla, i prigionieri dei campi di sterminio nazisti (http://goo.gl/rxgwEZ), i bambini sudamericani (vedi ad esempio il caso dei vaccini Glaxo: http://goo.gl/IPj2V3) o gli afroamericani indigenti (vedi il tristemente famoso caso dello studio sulla sifilide a Tuskegee).
Quel che combattiamo è la concezione di fondo che considera moralmente accettabile sacrificare un essere inferiore per il beneficio dell’Umanità. Alla base di questa vi è l’assioma secondo il quale chi è veramente umano è il maschio bianco, eterosessuale, detentore del potere economico e politico, e capace di pensiero razionale. Poi c’è l’Altro, che può essere colonizzato e dominato, reificato e ridotto allo status di risorsa.
Quel che combattiamo non è la ricerca, ma razzismo e specismo.

Per la liberazione animale

www.fermaregreenhill.net

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