africa-cibo-bansky

Fonte Laboratorio antispecista

Scegliamo il periodo natalizio per affrontare un tema a noi caro e che pensiamo sia di massimo interesse ovvero quello della diffusione capillare del veganismo a partire da premesse non strettamente etico politiche.

Etico politiche.

Esattamente.

Proprio da queste due parole crediamo sia necessario partire per ribadire quelle sono le premesse, gli ambiti di sviluppo e gli obiettivi del veganismo o meglio, quelli che dovrebbero essere viste le derive odierne.

Ma andiamo con ordine.

Il popolo dei vegetariani e soprattutto dei vegani aumenta e lo fa a vista d’occhio: non c’è quasi ormai più un ristorante che non proponga un menù ad hoc e pressocché tutti i programmi tv dedicati alla cucina offrono consigli per preparare piatti a base vegetale. “, parola di Panorama.

Il marketing animalista ha pensato a innumerevoli surrogati di tutti gli alimenti di origine animale. E così, sui banchi vegan troviamo “affettato, salame, wurstel, pancetta, porchetta, macinato per ripieni e ragu’, filetto, arrosto, maionese, latte”, tutti rigorosamente vegetali.”, leggiamo su un altro noto quotidiano on line.

E così potremmo andare avanti per ore tra link di sedicenti VeganCoach ovvero “professionisti” che guidano gli apprendisti vegani nel loro percorso, farmacie vegan e menu appositi inseriti fra quelli onnivorissimi di ristoranti che per puro business hanno deciso di strizzare l’occhio a chi preferisce il seitan alla costoletta.

Evviva!

Diranno molti di voi pensando che questa diffusione numerica corrisponda a una maggiore diffusione dei contenuti profondi legati al veganismo.

Noi la pensiamo diversamente.

Sarà perchè ci muoviamo da anni in questo ambito, sarà perchè vegani lo siamo da quasi 20 anni per ragioni etico politiche appunto, ma questo è per noi un momento tutt’altro che semplice.

Continuiamo fra ostacoli dei più vari a cercare con iniziative di contenuto e con ogni mezzo di comunicazione possibile compreso il presente articolo a ribadire quelle che sono le ragioni etiche di una posizione di rottura con l’attuale sistema capitalista che si manifesta anche con il nostro approccio verso i consumi e quindi si concretizza nel non consumo di prodotti derivati dalla sofferenza e dallo sfruttamento degli animali e ci scontriamo ogni giorno con le più svariate posizioni, sicuramente non etiche, derivanti invece da un approccio assolutamente individuale, salutista, a tratti egoista e che nulla ha a che fare con il resto del mondo al di là del proprio ambito personale.

E’ un periodo duro, fatto di studi di settore pienamente volti a rafforzare l’ormai avviatissimo ambito del marketing dedicato ai consumatori vegani e fatto di domande, quelle che ci vengono continuamente rivolte quando abbiamo a che fare con chi segue le nostre iniziative, prevalentemente orientate alla salute, al miglioramento del proprio benessere e che mirano all’ottenimento di consigli, ricette, trucchi e indicazioni.

Nulla che abbia a che fare con l’etica, con la critica di questo attuale sistema economico e sociale, che leghi il veganismo a un movimento di lotta, critica e opposizione a tutto questo e che lo riduce invece a una scelta fra uno scaffale e l’altro di questo grande supermercato che è il pianeta terra, visto in questa chiave.

Che fare?

Ce lo chiediamo ogni giorno. Insistiamo continuamente con le nostre iniziative, con i nostri scritti, con la nostra voce e continuiamo a cercare di fare in modo che tutto quello in cui crediamo venga fuori, oggi come era un tempo, in modo chiaro e facilmente individuabile.

Rimpiangiamo epoche che sembrano ormai lontane anni luce?

Epoche in cui quando affermavi di essere vegan non correvi il rischio che ti si chiedesse immediatamente se mangi la farina bianca?

Forse si. Forse un po’ si.

Perchè effettivamente fino a qualche tempo fa nessuno avrebbe avuto dubbi, come invece è oggi, che la nostra posizione in quanto vegani fosse una posizione di rottura, di rivolta, una posizione nettamente contraria alle basi stesse dell’attuale sistema di sfruttamento degli animali, degli uomini e delle risorse della terra.

Ci interroghiamo per questo continuamente e cerchiamo soluzioni comunicative consone alla diffusione di questi contenuti ma, oggi, lottiamo contro dei giganti che la comunicazione la studiano e la tagliano sul presunto “consumatore vegano”, abbiamo a che fare non più con un nemico, volendo semplificare “onnivoro” , ma anche con un altro – che non stentiamo a definire egualmente nemico – vegano tanto quanto noi ma che ignora totalmente le nostre mozioni e rema in una direzione ostinatamente contraria alla nostra: il vegano consumista, appunto.

Quello a cui interessa solo di trovare tofu o seitan dovunque vada, anche nella peggiore delle catene di fast food e non si interroga affatto sul fatto che quel marchio sia pessimo, da mille altri punti di vista e lo rimarrà nonostante venda prodotti vegan.

Il fronte di lotta si è allargato ed è oggi che le nostre forze, nostre dei vegani etici intendiamo, devono essere maggiori e spese in una direzione precisa.

In un momento in cui dirci vegani comporta in noi qualche difficoltà, in un momento in cui sappiamo che dovremo affrontare interviste e domande mirate a classificarci, inglobarci e comprarci a partire dal fatto che facciamo gola a un sistema economico che tutto fagocita e tutto sfrutta, dobbiamo insistere e continuamente ribadire che la nostra posizione non è una posa, una moda, un’opzione o uno “stile di vita” ma è parte di una riflessione etica e politica – per quanto questa parola oggi faccia più paura che mai – di rottura e ribellione costante a un sistema che reprime, sfrutta e uccide animali, uomini e risorse.

Parlare di autoproduzione, diffondere contenuti, tornare “brutti e cattivi” come un tempo – chiaramente è un paradosso – un tempo in cui però in quanto tali eravamo riconosciuti immediatamente come latori di contenuti “pericolosi”, rivoluzionari e insurrezionali.

Ci siamo interrogati più volte sul motivo per cui questi contenuti siano stati fagocitati dal resto, da un’immagine verdina e bucolica fatta di campi biologici e vacche allegre, e l’abbiamo fatto con spirito decisamente autocritico chiedendoci se anche noi non avessimo contribuito a decostruire i contenuti rivoluzionari del veganismo magari mirando a una sua più larga diffusione.

Può darsi.

Può darsi anche che il sistema ci abbia fagocitati proprio perchè “pericolosi”, perchè un’idea tanto ampia di liberazione lo avrebbe distrutto e allora tanto valeva impegnarsi a fermarla il prima possibile con il classico schema da sistema immunitario.

Fatto sta che oggi dobbiamo reagire.

A partire dal linguaggio, sicuramente, tornando come dicevamo a parlare di Liberazione, quella con la L maiuscola, continuando caparbiamente a parlare con chi oggi forse in numero maggiore può ascoltare e facendogli suonare nelle orecchie concetti pieni, senza paura di sconvolgere e piuttosto – forse- con l’obiettivo di farlo.

E’ possibile, lo crediamo ancora, e sappiamo che sono in tanti a pensarla come noi, a credere che ancora oggi sia possibile parlare di Liberazione animale, umana e della terra.

1.346 persone hanno letto questo articolo

Tags: , , , , , , , , , , ,