L’importanza di essere vegan

fringuello

illustrazione di Emy Guerra

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo,
allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno.
Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo,
allora abbiamo entrambi due idee.

George Bernard Shaw

All’ultimo Incontro per la liberazione animale (1) tenutosi quest’anno a Stupinigi nei pressi di Torino, ci è capitato di ascoltare le posizioni di molte persone relativamente al veganismo, alcune delle quali, chiaramente sempre in nome della liberazione animale, hanno sottolineato – in estrema e non esaustiva sintesi – l’importanza dell’azione diretta a prescindere dalla questione vegana.

Ascoltare frasi del tipo “un attivista che mangia carne e che libera tre Galline, ha liberato più Animali di una persona che è vegan da tutta la vita” fa male al cuore, come pure al fegato e soprattutto alla causa antispecista.

Non vorremmo mai sentire frasi del genere, tantomeno se pronunciate nel bel mezzo di un workshop in un incontro per la liberazione animale, perché se dalla legittima critica teorica si passa a mettere in dubbio uno dei fondamenti dell’animalismo radicale e dell’antispecismo, c’è sicuramente qualcosa che non va.

Ultimamente si leggono i più svariati articoli (addirittura pubblicati su riviste telematiche antispeciste) che tendono a prefigurare una presa di distanza dal concetto di veganismo, dai presunti “dogmi” della purezza vegan. “Essere vegan non basta.” Sicuramente è vero, sicuramente non basta. Ma bisogna per prima cosa essere davvero vegan per poi avviare una seria e costruttiva critica sul veganismo. A noi pare però che ci siano molte persone che pontificano sul veganismo conoscendolo solo superficialmente, o non conoscendolo affatto. Molte di queste posizioni espresse conducano direttamente al concetto già circolato anni fa che essere vegan in fin dei conti non sia così necessario, e questo è semplicemente assurdo, nonché pericoloso.

Quante di queste persone si sono realmente soffermate a pensare cosa significhi essere vegan per motivi etici? Quante hanno compreso la reale portata rivoluzionaria del messaggio vegano?

Essere vegan per motivi etici non vuol dire divenire ciò che ci racconta l’imbonitore virtuale Gary Yourofsky, che per fortuna è arrivato da noi e se n’è pure volato via in un batter d’occhio, non significa sostituire una coscia di Pollo con una coscia di seitan, senza cambiare la nostra visione del mondo, delle amicizie, del nostro ruolo nella società, della politica, della religione e via discorrendo. Il veganismo non è un mero esercizio di sostituzione, non è una dieta, una tendenza o una moda. Non significa pretendere di trovare scaffali pieni di prodotti vegan nei supermercati, o sperare che multinazionali che devastano il pianeta e schiacciano i diritti di tutti i viventi comincino a vendere prodotti per vegan. E nemmeno significa lavarsi la coscienza non mangiando più Animali, pur continuando ad aderire supinamente a un sistema socio-politico-economico che si regge sul concetto di dominio e sull’ingiustizia.

Eppure la maggior parte delle persone pensa questo di noi, e anche – che è molto peggio – molte persone vegan pensano questo di se stesse.

Tale enorme danno all’immaginario collettivo ce lo siamo procurati noi stessi.

Per anni associazioni e gruppi vegan-qualunquisti e perfettamente apolitici hanno martellato il pubblico con messaggi di una banalità sconcertante, incentrati su un solo criterio: qualsiasi argomento è buono pur di “convertire” al veganismo il maggior numero di persone possibile.

Il risultato è la chiara ascesa di un veganismo consumistico e superficiale, inteso come stile di vita (2), e non certo come filosofia di vita. Un veganismo acritico e apolitico, senza alcuna mira se non la riconoscibilità, la legittimazione dei diritti dei vegan da parte delle istituzioni e della società.

La colpa di tutto questo è anche nostra, è di chiunque continua imperterrito a dire che essere vegan fa bene alla salute, al pianeta, che in tal modo si potrebbero nutrire miliardi di persone, che si può sostituire ogni tipo di cibo, indumento e oggetto con il corrispondente vegano del tutto simile, anche nell’aspetto, nel sapore e nel nome.

Con buona pace di Yourofsky noi non vogliamo una società vegana consumistica, vogliamo una società libera: senza sofferenza, senza ingiustizia e disparità, senza violenza. È per ottenere tutto ciò, è per salvare i più reietti del pianeta (gli Animali), e via via tutti gli altri, che molte persone sono diventare vegane; perché quella vegana era – ed è ancora – l’unica pratica immediata e percorribile per sottrarsi il più possibile alla macelleria quotidiana della nostra società, per obiettare, per protestare, per astenersi e prenderne le distanze, non per comprare qualcosa di eticamente accettabile a un prezzo da grande magazzino.

Questo è il veganismo che diviene filosofia e pratica di lotta quotidiana: lotta personale e autocritica, e al contempo pubblica e politica. Un atto politico esplicito e diretto, perché nonostante l’esasperazione personalistica della società contemporanea, il privato è sempre politico, e questo, chi critica senza cognizione di causa il veganismo dovrebbe tenerlo ben presente. Perché le idee possono essere portate avanti con la determinazione necessaria solo vivendole sulla propria pelle.

Essere vegan rimane il presupposto base per abbracciare l’ideale antispecista, non può essere altrimenti, chi dice il contrario semplicemente non ha capito di cosa si sta parlando, e quale sia la posta in gioco.

E se l’uomo cerca seriamente e sinceramente di progredire verso il bene, la prima cosa, di cui si priverà, sarà l’alimentazione carnea. (3)

Il primo gradino è proprio l’esperienza personale, la nostra storia è piena di rivoluzionari incapaci di applicare le proprie idee a se stessi, mentre per un vero cambiamento dobbiamo essere noi per primi a distruggere la nostra visione specista per ricostruirci, reinventare la nostra quotidianità per liberarla dalle pratiche e dai concetti crudeli, violenti e specisti che la caratterizzano. Pura utopia? Illusione? Possibile, ma senza l’utopia nessuna vera rivoluzione sarebbe tale.

Chi lotta per la libertà di un Visone per poi tornare a casa e mangiarsi un pezzo di formaggio non fa altro che aggiungersi alla schiera infinita di persone che hanno impiegato il proprio tempo in attività auto gratificanti non prive d’ipocrisia, perché avrebbero potuto lottare per un Visone libero, e anche per una Mucca non schiavizzata, ma non lo hanno voluto fare. Lo stesso dicasi di chi pensa che sostituire la carne con il seitan sia la soluzione di tutti mali, cedendo a uno stimolo commercial-consumistico ben conosciuto e funzionale alla società del dominio, che non ha certo paura di un consumatore vegan, ma che anzi lo corteggia.

L’importanza di essere vegan è insita nel concetto stesso di veganismo che, come tutto il resto, viene costantemente banalizzato:

La parola “veganismo” denota una filosofia e un modo di vita che si propone di escludere – nella misura in cui questo è possibile e praticabile – tutte le forme di sfruttamento e di crudeltà verso gli animali perpetrate per produrre cibo, indumenti o per qualsiasi altro scopo; e per estensione, promuove lo sviluppo e l’uso di alternative non-animali, per il bene dell’uomo, degli animali e dell’ambiente. (4)

Per tali semplici motivi la filosofia vegana in buona sostanza è da considerarsi uno dei pilastri dell’antispecismo. Essa lo lega saldamente alla quotidianità, alle abitudini e vicissitudini del personale, all’individuo. Lo costringe a fare i conti giornalmente con la cruda realtà della nostra esistenza personale e sociale (prevenendo eccessive astrazioni dannose alla causa), con l’empatia che ogni persona vegana prova nei confronti di un altro Animale. Il veganismo è al tempo stesso la concretizzazione coerente e lucida dell’idealità, e il suo lato irrazionale, emozionale. È l’emozione, la compassione per chi urla, soffre e muore a causa nostra. Sono i sentimenti che si fanno largo, che ci pervadono, che in esso si sublimano, e che si fondono alla fredda razionalità ricordandoci finalmente la nostra animalità. È da questa enorme volontà che nasce dalla compassione che l’attivista trae forza e convinzione. Senzaquesta indispensabile spinta personale a non nuocere agli altri che costituisce l’eccezionalità – ma si potrebbe tranquillamente parlare di unicità – dell’idea vegana, senza questa palestra di coerenza, di autocontrollo e di ricerca esistenziale, l’antispecismo sarebbe poca cosa. O meglio, senza il suo cuore, sarebbe una delle tante teorie rivoluzionarie elaborate dall’Umano destinate inevitabilmente a fallire.

Adriano Fragano


Note:

1) www.incontroliberazioneanimale.org (l’articolo fa riferimento all’Incontro di liberazione animale del 2012 tenutosi a Stupinigi)
2) Per una trattazione della questione veganismo come filosofia di vita e non come stile di vita, si rimanda all’articolo: Essere vegano, in Veganzetta n° 2, Inverno 2010, p. 3. Consultabile anche online alla pagina: www.veganzetta.org/?p=785
3) Il primo gradino fu scritto da Lev Tolstoj nel 1891 come introduzione all’edizione russa del volume di H. Williams The ethics of Diet, Manchester, 1883.
Il passo citato deriva dalla pagina 20 de Il primo gradino versione italiana del testo originale a cura dell’associazione Amici di Tolstoi, traduzione di Gloria Gazzeri, pubblicata da Manca Editore, Genova, 1990.
4) The word “veganis” denotes a philosophy and way of living which seeks to exclude – as far as is possible and practical – all forms of exploitation of, and cruelty to, animals for food, clothing or any other purpose; and by extension, promotes the development and use of animal-free alternatives for the benefit of humans, animals and the environment.
Vedasi Vegan Society (1979) www.vegansociety.com/pdf/ArticlesofAssociation.pdf

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