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Fonte Laboratorio Antispecista

Da un po’ di tempo a questa parte assistiamo a un fenomeno interessante da analizzare, quello della diffusione sempre maggiore, in Italia e nel mondo, di notizie relative all’aumento del numero dei vegani.

Insieme a queste, di conseguenza, si moltiplicano le iniziative ad essi dedicate, le possibilità di trovare cibo consono all’alimentazione prevista etc…

Senza dubbio la tematica ci interessa in prima persona ma siamo convinti che l’argomento possa interessare a tutti, sia chi in qualche modo ha già familiarità con certi concetti sia chi ci si avvicina adesso per la prima volta e che sia prioritario trattarlo.

All’indomani della giornata mondiale vegana, cerchiamo di essere il più chiari possibile una volta per tutte.

Siamo coscienti del fatto che fin dagli albori del nostro attivismo abbiamo sempre puntato ad approfondire questa come altre tematiche quotidianamente, ma riteniamo che sia in questa fase molto utile cercare di farlo nel modo più esplicito e organico possibile cercando di racchiudere in un solo contributo tutti gli argomenti necessari.

Sentiamo oggi spesso parlare di “Stile di vita vegan” riferendosi al veganismo e già da questa espressione è possibile ricavare delle interessantissime riflessioni circa i rilevanti errori concettuali che sempre più spesso vengono commessi a riguardo.

Parlare di veganismo come stile di vita ci pone già davanti a una scelta di campo: il veganismo, sotto questa luce, è visto come una scelta individuale, variabile da persona a persona e conseguente a differenti fattori sociali e non.

Questo approccio, assolutamente autoreferenziale e che di per sé esclude quindi qualsivoglia concretizzazione pubblica (e sì possiamo dire politica) e collettiva restando confinato in una sfera del tutto isolata e individuale senza sfociare in attività di divulgazione, promozione, analisi e rivendicazione, prevede una difesa del proprio stile di vita senza che quello di altri venga minimamente intaccato in quanto a sua volta scelta privata e personale e non prevede soprattutto alcuna analisi o riflessione socio-politica.

Questo è il primo punto che teniamo ad approfondire in quanto vegani etici e lo facciamo ponendovi una domanda: è possibile che una scelta etica che di per sé nasce come critica radicale allo sfruttamento animale, base fondante di quella piramide sociale tanto cara ad Horkheimer, che prevede la tortura, la sofferenza e la morte di miliardi di esseri viventi e la loro riduzione in schiavitù possa essere vista e considerata come una mera questione di scelta personale?

E soprattutto, possiamo quindi concepire e tollerare in quanto tale qualsiasi scelta diversa dalla nostra che sostenga l’intero impianto sociale ed economico che lo sfruttamento sostiene?

Sicuramente per quanto ci riguarda la risposta a entrambe le domande è un secco no.

Proprio per questo non parliamo mai di veganismo come di uno “stile di vita” o tantomeno di una “scelta personale” perché, in quanto vegani etici e ritenendo inaccettabile la base di sfruttamento che caratterizza la nostra società, non prevediamo che esista una forma di “alternativa”, di “scelta”, di “possibilità” o di “compromesso” ma è per noi conseguente a quanto pensiamo il rifiuto di adeguarsi al paradigma del dominio dell’uomo sulle altre specie e viviamo tutti i giorni l’urgenza di esternarlo e renderlo collettivo – questo rifiuto – al fine di un radicale cambiamento sociale.

Siamo lontani dalla legittimazione di qualsivoglia altro impianto teorico e filosofico ed è per questo che non riconosciamo ad alcuno la possibilità di “scegliere” se torturare, privare della libertà, uccidere e sfruttare milioni di animali non umani.

Per noi il veganismo non è uno “stile di vita” ma una vera e propria filosofia all’interno della quale si sviluppano una serie di pratiche quotidiane (sicuramente anche quella alimentare) tutte dirette conseguenze della filosofia antispecista.

Per noi come per ogni vegano etico, il veganismo è una conseguenza di un impianto filosofico strutturato (ascrivibile oggi al concetto di “antispecismo”) e non può in quanto tale essere relegato a una sfera personale o individuale diventando senza dubbio concetto collettivo, sociale e politico.

Da qui, a cascata, una serie di riflessioni circa il nostro antispecismo che abbiamo più volte esternato in attività pubbliche di divulgazione sia a mezzo internet che a mezzo di incontri e conferenze e soprattutto una serie di critiche al fenomeno di massiva diffusione della scelta alimentare vegan a cui stiamo assistendo oggi.

Sappiamo che di certo molti “vegani” saranno stati fino ad oggi entusiasti dell’apparente sempre maggiore consenso che la “scelta vegan” ottiene a livello sociale ma invitiamo tutti ancora una volta a riflettere in modo da aver chiaro sia quel che noi affermiamo sia quanto questa situazione sia di per sé tutt’altro che positiva per un antispecista e vegano etico.

Oggi sempre più catene di distribuzione alimentare trattano prodotti specifici per vegani.

Oggi sempre più attività commerciali si rivolgono a una clientela vegan.

Oggi sempre più iniziative di diffusione di questa “scelta alimentare” si diffondono.

Ma siamo sicuri che queste siano appunto emanazione della “filosofia antispecista/vegana” e che non siano semplicemente manifestazioni di una crescente diffusione dello “stile di vita vegan”?

Noi conosciamo già la risposta e assistiamo a questo fenomeno continuando a seguire la strada dell’antispecismo e del veganismo etico cercando ogni giorno e in occasioni come questa di mettere – come si dice – i puntini sulle i e fare le dovute differenze.

Potremmo citare molti esempi ma partiamo da uno palese, che oramai è sotto gli occhi di tutti: la tendenza a unire automaticamente e acriticamente il concetto di veganismo al concetto di biologico.

Questo legame non è automatico, un vegano etico non è “obbligato” a ricercare necessariamente un cibo certificato biologico.

Al di là di un lungo discorso che potremmo riprendere qui ma che abbiamo mille volte affrontato circa il mondo delle certificazioni attorno al quale girano soldi a palate, la correlazione tra i due concetti non è immediata e soprattutto è rischioso farla in automatico senza porsi dei problemi anche riguardo alla propria partecipazione ad iniziative come fiere del biologico e simili.

Che un vegano giudichi positive addirittura partecipandovi iniziative travisate da divulgative che altro non sono se non contenitori di offerte commerciali indirizzate a una nuova fetta di consumatore in cui coesistono realtà totalmente avulse dalla scelta radicale vegan e considerabili al contrario di questa “nemiche” , lo consideriamo senza dubbio lesivo del vero significato del termine “veganismo” e della filosofia antispecista che, di per sé, è radicale critica al sistema.

Un banco di carni biologiche non è migliore di un banco di carni “normali”.

Che si gioisca perché banchi di un supermercato si riempiono sempre più di prodotti tarati su un target di clientela vegana ci rende oggi più che mai convinti che quel che è primario fare è diffondere sempre più i contenuti radicali della scelta vegan.

La confusione regna sovrana: sempre più spesso il veganismo viene accostato a “diete” come il crudismo o a percorsi alimentari quali l’igienismo o simili, sempre più spesso questo perde il suo contenuto politico e sociale e si depaupera di significato perdendosi in percorsi che invece danno forza a tutti gli elementi che questo combatte e vuole abbattere.

Paradossalmente “si stava meglio quando si stava peggio”, come si suole dire.

Fino a qualche anno fa, quando il veganismo non era un concetto che il Sistema era ancora pronto a riassorbire e fare proprio a suo vantaggio, era assolutamente chiaro il suo carattere politico e, sì, senza dubbio i vegani erano numericamente meno ma senza dubbio il carattere dell’impianto filosofico era più chiaro così come più chiaro era il suo ruolo di spaccatura verso l’esistente.

Oggi invece, che il veganismo dal Sistema è stato commercialmente più che riassorbito, grandi masse di persone hanno creduto di avvicinarvisi in modo corretto non comprendendo invece di stare inferendo colpi di piccone laceranti a un movimento radicale che ad oggi risulta senza dubbio indebolito nei suoi contenuti proprio della sua larga ed errata diffusione.

Quale contributo porta un vegan-igienista alla causa dell’antispecismo?

Quale contributo porta un pasto vegan consumato solo per il piacere del gusto alla critica radicale?

Bisogna tenere gli occhi ben aperti e leggere la realtà attraverso una lente ben funzionante, che sappia cogliere le sfumature più tenui di un fenomeno che rischia ogni giorno di soccombere, ucciso – come già molti movimenti politici dalle grandi potenzialità – proprio dai suoi stessi pseudo attivisti che – in buona o mala fede – lo rendono massivo svuotandolo di contenuti.

Ecco perché nelle nostre attività quotidiane – sia come Laboratorio Antispecista che come Watership Down- uniamo stimoli come questo all’azione di divulgazione e attivismo che operiamo all’interno e all’esterno del luogo fisico Watership, perché i contenuti legati al veganismo e all’antispecista siano sempre presenti per tutti coloro i quali siano pronti a vedere il loro carattere di critica radicale e non si fermino nel loro pensare e nel loro agire allo “stile di vita” e abbiamo sempre rifiutato e sempre rifiuteremo di vendere il veganismo come concetto commerciale, anche a “rischio” di lunghe discussioni che, se anche qualcuno le rifiuta credendo che vegani si nasca o che “l’importante sia che siamo di più”, sono il buono del nostro percorso d’attivismo.

I vegani no, non sono tutti uguali.

Non importa il punto a cui si arriva, ma le premesse da cui si parte e il percorso che si fa.

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